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CITTADINI ILLUSTRI
(FONTI PERIODICO DELLA
PROVINCIA REGIONALE DI PALERMO) Placido Castaneda
Abate benedettino (sec.
XV). Nato da madre giulianese e da padre spagnolo, fu il V abate (1468-1501)
del monastero di S. Maria del bosco di Calatamauro, di cui ne promosse
"adesione alla riforma olivetana del Beato Bernardo Tolomei. Fu anche rettore dell'Ospedale Grande di
Palermo e delegato apostolico del pontefice Sisto IV. Lo storiografico
dell'Ordine P. Olimpio da Giuliana lo ha definito huomo di bellissimo ingegno,
grave, affabile e molto amicato, tanto nella corte regia di Spagna quanto anche
nella corte romana".
Sotto il suo abaziato,
furono completamente ristrutturate le fabbriche medievali del monastero
nemorense, con "intervento degli architetti Domenico Cannavali (1493) e
Antioco De Cara (1497). Il Castaneda si distinse anche per il suo mecenatismo
di ampio respiro, commissionando al pittore andaluso Pietro De Cordova un
salterio miniato (Meli).
Secondo una recente
ipotesi di Marchese, il Castaneda sarebbe potuto essere anche il committente
del celebre busto alabastrino di Eleonora d'Aragona di Francesco Laurana,
eseguito durante il secondo soggiorno isolano dell'artista dalmata.
Esistente ab antìquo in
S. Maria del Bosco, a coronamento del sarcofago marmoreo dell'Infanta (morta
nel 1405 nel suo prediletto castello di Giuliana), tale busto ritratto venne
trasferito alla fine dell'800 nel Museo Nazionale di Palermo (oggi presso la
Galleria Regionale di Palazzo Abatellis), ad iniziativa del Salinas, per
ragioni conservative.
A seguito del Sacco di
Roma del 1527. che vìde la diaspora degli allievi di Raffaello, jacopo Siculo
si trasferì a Spoleto, ove ebbe casa e bottega, e da dove si spostava per te
commissioni artistiche, numerose, tra la Valnerina (Norcia, Vallo di Nera, Ferentillo) e la Sabina
(Leonessa, Rieti).
Essa si richiama
palesemente al prototipo del Ghirlandaio presente a Narni e dello Spagna a Todi
e a Trevi. Altra opera notevole, nel percorso di Giacomo Santoro - jacopo
Siculo risulta la pala di San Mamiliano, presso Ferentillo, del 1537.
Proprio con la città di
Ferentillo (Terni) la città di Giuliana si è recentemente gemellata (1998) nel
nome di jacopo Siculo, ricordando l'illustre figlio anche con l'intestazione al
suo nome della Biblioteca comunale.
L'anno prima aveva eseguito per la chiesa di S. Lorenzo di
Caltabellotta, il realistico gruppo in terracotta policroma del Compianto sul
Cristo morto, sulla scia dei gruppi emiliani di Guido Mazzoni, che poi
avrebbe replicato per la città di Naro.
Il capolavoro di Antonino Ferraro rimane tuttavia la decorazione
plastico-pittorica del coro e del presbiterio della chiesa di S. Domenico in
Castelvetrano (1574-80). concepita in forma unitaria quale sintesi delle tre
arti maggiori: architettura, scultura e pittura, coniugando la tradizione locale
gaginiana con la maniera romana di Michelangelo e di Raffaello e con gli esiti
del più raffinato manierismo internazionale (scuola di ' Fontainebleau).
Sopra l'arcata ogivale, che immette nel coro, è un grandioso
albero genealogico di Maria (Albero di jesse); nel presbiterio: profeti, Sibille
e Misteri gaudiosi; nel coro Pantokrator, Apostoli, Evangelisti, Santi e Misteri
gloriosi, oltre all'Autoritratto dipinto in elegante costume "alla spagnola" e
l'iscrizione in lettere capitali: Tanti operis Huius caelator / Egregius
Antoninus Ferraro Sicanus ac julianensis / Hic est. 1577.
L'attività artistica del Giulianese proseguì fino a tarda età con
la decorazione della cappella della Madonna della Catena nella chiesa madre di
Caltabellotta (1598) e della tribuna della Cattedrale di Mazara del Vallo (
1600), coadiuvato dalla bottega e dai numerosi figli e nipoti, tra i quali
emersero il primogenito Tommaso morto prematuramente, ed Orazio, quest'ultimo
distintosi anche come pittore.
Il recupero crìtico dell'opera dei Ferraro da Giuliana si deve
soprattutto ai recenti studi di A. G. Marchese, mentre la città di Giuliana ha
voluto ricordare l'illustre dinastia di artisti dedicando la Scuola Media ad
Antonino Ferraro. Diana Cardona, marchesa di GiulianaAppartenente ad una delle più cospicue famiglie titolate del regno di Sicilia, andò in sposa ad un cadetto della famiglia Gonzaga di Mantova, quel Vespasiano duca diSabbioneta. dopo il fallimento delle nozze "politiche" col cugino Cesare, figlio del viceré di Sicilia don Ferrante Gonzaga, è stata al centro di un amaro "caso", che anticipa di ben quattro anni quello piùnoto della baronessa di Carini, ossia di un uxoricidio per leso onore. Esso è stato consumato nel novembre 1559 nel palazzo ducale di Sabbioneta, nel basso mantovano, e la sua notizia è rimasta sin'oggi confinata, dalla storiografia, all'area padana, per una strana congiura del silenzio, che non l'ha fatta mai trapelare in Sicilia. I personaggi di questa tragedia padana sono almeno tre:Vespasiano Gonzaga (1531-1591). duca di Sabbioneta; la bella e gìovane moglie Diana Cardona. figlia di don Antonio Cardona e di donna Beatrice de Luna, marchesa di Giuliana, contessa di Chiusa e baronessa di Burgio; il segretario di corte Giovanni Annibale Ranieri, presunto amante di quest'ultima, stando alle notizie tramandateci dai cronisti coevì. Uomo d'ingegno,
culturalmente tutt'altro che sprovveduto, Vespasìano Gonzaga fu animato, come
gli autentici spiriti rinascimentali, anche da spìrito guerresco. partecipando
a numerose battaglie. Il ritratto che di lui ne fa Ermanno Rea sembra tradire,
nei tratti fisici, la diabolicità del personaggio. a partire appunto
dall'uxoricidio, vero o presunto, della moglie Diana, che aveva sposata nel
gennaio 1550, in una circostanza in verità poco chiara. La vita di coppia
iniziò davvero male, sia per la malattia tubercolare che colpì Vespasiano, sia
per l'aborto spontaneo che interessò Diana, ma ancor più per la serie di
separazioni tra i due coniugi per la guerra di Parma e i lunghi viaggi nelle
Fiandre del duca di Sabbioneta. Diana tuttavia mal sopportava la lontananza dal
marito, al punto da riversare i suoi affetti sul Ranieri, definito dai biografi
"foioso quant'altri mai, che in lui intendevasi da tempo ed ora l'aveva
tutta cosa sua". Ai primi d'ottobre del 1559 il Gonzaga ritorna a casa.
dopo una lunga assenza di 14 mesi, ed ha la brutta sorpresa di trovare la moglie
incinta per la seconda volta, il che fece scaturìre in lui la vendetta, che si
consumò con lo sgozzamento del Ranieri e con l'avvelenamento di Diana, ad opera
del fido Pierantonìo Messirotto (4 o 5 novembre 1559). "Diana Cardona
rimase tre giorni nella stanza, col cadavere del Ranieri", scrìve Renzo
Dell'Ara. "Ogni tanto una voce le grida: Bevi! Parecchie volte accosta
l'ampolla alle labbra. ma la ritrae. Se vuole riposarsi deve sdraiarsi sul
pavimento, perché non c'è nemmeno una seggiola. Alla fine dei tre giorni,
sfinita dal digiuno, dal lezzo del cadavere, si decise a bere. Era ancora in
preda ai sussulti che la portarono via".
Nicolò Buttafoco Pittore, nato tra il
terzo e il quarto decennio del sec. XVI. Fu attivo a Burgio, ove sposò Norella
Vurgugnura, e poi a Cammarata e ad Agrigento, ove morì prima del 1610. Da
Norella ebbe sei figli: Pompeo, Francesco, Caterina, Vito, Giacoma e Giuseppe.
Dei figli maschi solamente Pompeo seguì le orme paterne, risultando un buon
pittore di natura manieristica con desunzioni fiamminghe (Adorazione dei
Magi, 1604, della chiesa madre di Castronovo di Sicilia), mentre Giuseppe e
Vito sono ricordati come intagliatori e scultori. Una figlia di Nicolò
Buttafoco, Caterina, sposò Giuseppe Ferraro (senior), ultimo figlio del grande
Antonino. La città d'origine del
Buttafoco si evince, oltre che dalla firma del S. Diego d'Agrigento (Magister
Nicolaus Buttafoco julianensis 1592), da alcuni atti notarili, come quello del
notaio Girolamo D'Agostino da Sciacca, del 1580, che lo chiama
"Honorabilis Magister Nicolaus Buttafoco de terra julianae". Allo
stato attuale il catalogo delle opere pittoriche del Buttafoco risulta
piuttosto esiguo, comprendente, oltre due tele perdute per Burgio e Sciacca, il
citato S. Diego d’Alcalà (1592) della chiesa di S. Nicola d’Agrigento, e
L'estasiano di S. Paolo (1598) della chiesa madre di Cammarata, raro
esempio, quest'ultimo, di musica picta in Sicilìa per i quattro fogli
pentagrammati della zona superiore del quadro. Marchese gli attribuisce anche
la grande pala d'altare della chiesa di Santa Domenica, sempre a
Cammarata, raffigurante la Trinità con la Madonna. il Battista e i
Santi Benedetto e Domenica.
Giuseppe Ragusa Filosofo e teologo insigne, nato il 1560. Entrò nella
Compagnia di Gesù nel 1573 ed emise i voti solenni nel 1595. Menzionato dal
Mongitore per il suo "eminentissimo ingegno", insegnò per tre anni
filosofia a Parigi per ber 15 anni teologia scolastica a Padova, Messina e
Palermo, ove fu prefetto degli studi e rettore del Collegio Massimo. A Palermo
morì il 25 settembre 1624, "piamente, avendo lasciato alla posterità un
esempio egregio di virtù" (Mongitore). Notizie sui movimenti del Ragusa
per i vari collegi gesuitici d'Italia si evincono dalle Lettere da lui inviate
alla casa generalizia di Roma, edito da Marchese. oltre che dalla
Historia
Societatìs. Il
Ragusa è autore di due fondamentali commentari alla Summa Theologiae di S.
Tommaso, editi a Lione nel 1619-20, rispettivamente dedicati a Carlo
Emmanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia, e a Ranuccio I Farnese, duca
di Parma e Piacenza. ove elabora i tomismo con una certa indipendenza ed
originalità rispetto ai confratelli Domenìcani (e in contrasto con la scuola
scotista dei Francescani), dando impulso in Sicilia alla cosìddetta
"seconda scolastica", ossia il pensiero filosofico-teologico della
Controriforma. Nel Collegio gesuitico
di Palermo si conservano altri testi manoscritti dello studioso di Giuliana.
come il De justipcatione, il De Poenitentia, il De Eucharistia,
il De I Natura et Gratia. Giuseppe Ragusa è ricordato anche
dal Sommervogel, nella sua Biblioteque de la Compagnie de Jesus, e
dal Narbone, nella sua Bibliografa sicula sistematica.
Olimpio da Giuliana
Storiografo e poeta, Abate olivetano. Figlio di
Fabrizio Di Gennaro, nacque nel quinto
decennio del sec. XVI, vestì l'abito monacale presso l'abazia di S. Maria del
Bosco di Calatamauro ìl 22 marzo 1563 e prese i voti solenni l'anno successivo.
Dopo essere stato nei monasteri olivetani di Genova, Napoli e Padova, anche
come maestro dei novizi, tornò nel 1577 nell'abbazia nemorense per passare in
S. Spirito a Palermo (1578- 80) e poi nuovamente in S. Maria del Bosco (1581-
82). Nel 1586 fu nominato abate di S. Maria del Bosco e nel biennio successivo
fu visitatore in Monte Oliveto di Napoli. Nel 1589 fu nominato abate e
visitatore di S. Magno di Fondi e nel 1590 nuovamente abate di S. Maria del
Bosco, ove morì il 26 agosto 1591 compianto da tutti. Padre Olimpio da Giuliana
è lodato dal Mongitore per la sua "dottrina ed erudizione" e
dall'Amico definito "uomo dotto e pio". La sua attività poetica
emerge dai rapporti col celebre poeta e pittore palermitano Francesco
Potenziano, una sorta di Vittorio Sgarbi ante litteram. Abile
propagandista della propria immagine, il Pontenzano si fece incoronare
pubblicamente in Palermo quale poeta e pittore con due fastose celebrazioni
cittadine cui partecipò persino il viceré Marcantonio Colonna. Padre Olimpio fu
uno degli oltre 50 poeti che indirizzarono al Pontenzano canzoni, sonetti e
madrigali in lingua siciliana, ricevendone rìsposta estemporanea (Trumba di
Paulu e d'ogni gran propheta / E vuci e lingua di pridicaturi), come si evince
dalle Rime di diversi eccellenti autori in lingua siciliana all'illustre
pittore e poeta Signor Francesco Potenzano (Napoli, 1582).
Ma è per l'attività
storiografica che noi oggi ricordiamo Padre Olimpio da Giuliana e in particolare
per la cronaca manoscritta dell'Abbazia nemorense (1582) conservata nella
Biblioteca Nazionale di Napoli, di cui esistono anche due apografi nelle
Biblioteche comunali e Regionale di Palermo. L'autografo di Napoli è
impreziosito di ben 186 annotazioni o "postille" della mano di
Torquato Tasso, il quale ebbe modo di conoscere l'abate giulianese durante il
suo soggiorno a Napoli (1587-88), proprio nel monastero di Monte Oliveto, di
cui poi serberà un ottimo ricordo nell'Epistolario. I rapporti tra Padre
Olimpio e il Tasso sono stati recentemente puntualizzati da A.G.Marchese nel
saggio introduttivo all'edizione diplomatica delle Memorie antiche del
monastero di S. Mario del Bosco, nella Collana (fondata da E Giunta)
"Fonti per la storia di Sicilia " dell'Ila Palma (1985).
Francesco Ragusa Pittore caravaggesco, nato nel penultimo decennio del XVI
secolo. Fu lungamente attivo a Roma, ove morì nel 1655. La sua iniziale
attività manieristica, nella cerchia del Cavalier d'Arpino, è documentata dalla
pala d'altare della Trinità e i Santi Bonaventura e Carlo
Borromeo (1613). della chiesa dei Cappuccini a Colpersìto di S. Severino
Marche, per la cui commissione fece da tramite il cappuccino Fra Felice da
Macerata. Lo Sposalizio mistico di S. Caterina, con San Carlo
Borromeo della Raccolta Diocesana di Spoleto, firmata e datata al 1618,
segue la piena adesione ai moduli di Caravaggio, ma con toni inconfondibilmente
individuali. L'ultima opera documentata del Ragusa, ossia l'inconorazione
della Vergine e San Michele Arcangelo della chiesa olivetana della
SS. Trinità di Giuliana. firmata e datata al 1651, ed eseguita su commissione
dell'abate Leonardo Ragusa, mostra invece riflussi classicisti e manieristici.
Le opere romane del Ragusa, ricordate dalla letteratura odeporica (Celio, Baglìone), sono andate tutte perdute, ad eccezione del Ritratto di Gaspare Celio (1640 ca), inserito nel monumento funebre del noto pittore-scrittore romano nella chiesa di S . Maria del Popolo, come pure disperse risultano le tele della chiesa di S. Antimo a Montalcino (Siena) e della chiesa olivetana dì S. Francesca Romana in Brescia, ricordate dalle fonti locali. Giovanni Mauro Cospiratore. Nato circa il 1670, esercitò il mestiere di
cocchiere in Palermo, ove fu anche al servizio del principe della Cattolica,
Giuseppe del Bosco. La sua cospirazione ai danni del viceré di Sicilia,
cardinale Francesco Del Giudice, si inserisce nella temperie storico-politica
della guerra di successione spagnola, durata ben 13 anni e conclusasi con la
pace di Utrecht (11 aprile 1713), la quale, fra le altre clausole, stabiliva
che Filippo V di Borbone, pur conservando la corona di Spagna e delle colonie,
doveva rinunciare alla Francia, mentre la Sicilia, col titolo regio, passava a
Vittorio Amedeo di Savoia. Sebbene risparmiata dai disastri delle armi (uno dei massimi
episodi fu "eroismo di Pietro Micca, 29-30 agosto 1706), la Sicilia fu
tribolata da cospirazioni e supplizi, come il tentativo di rivolta del
giulianese Giovanni Mauro. Questi, recatasi a Roma in cerca di miglior fortuna,
riuscì con le sue millanterie a lusingare l'ambasciatore dì Leopoldo I
imperatore, facendogli credere di essere in grado di poter fare rivoltare la
Sicilia in suo favore. Ricevute delle lettere commendatizie dall'ambasciatore, il
Mauro ritornò a Palermo per ordire una trama ai danni del viceré, promettendo
il viceregno di Sicilia al principe della Cattolica, ov'egli avesse aderito
alla rivolta. Ma questi avvisò per tempo il viceré Del Giudice, il quale fece
arrestare l'ingenuo cospiratore, condannandolo all'impiccagione nel piano della
Marina (14 giugno 1703). Il cognome Mauro risulta estinto in Giuliana, tuttavia
esso sussiste ancora come "agnome", il che sta ad indicare il suo
percorso matrilineare.
Gerlando Marsiglia Pittore, nato il 27
febbraio 1793 da Antonino e da Caterina Romano. Dopo aver frequentato in
Palermo la bottega di Giuseppe Patania, ove apprese i primi elementi di disegno
e di pittura, si trasferi a Napoli per studiare nella Reale Galleria Borbonica.
In questa prima fase, oltre ad esercitarsi nelle copie dall'antico, (Sposalizio
di S. Caterina, dal Corregio, Amorino giacente, da Serodine),
coltivò la natura morta e la ritrattistica (Ritratto di Giuseppe
Navarro). Nella città partenopea il Marsiglia ricevette, da re Ferdinando
di Borbone, il più alto riconoscimento per la pittura storica, mentre il 20
febbraio 1817 fu decorato del Fleur de Lis dal re di Francia
Luigi XVIII. Da Napoli, nel 1824, il pittore di Giuliana si trasferì negli
Stati Uniti, su invito di un suo giovane amico che studiava in Italia. Era,
questi, un figlio di Robert Fulton, il celebre inventore statunitense
costruttore del primo battello a vapore, dal quale venne ospitato,
inizialmente, nella propria casa sul fiume Hudson, per poi essere introdotto
negli ambienti artistici ed ìntellettualì di New York. Nella Grande Mela il
Marsiglia aprì una Galleria d'arte in un palazzo di Broadway, commerciando rari
dipinti di antichi maestri ed intraprendendo una fortunata carriera nel settore
della rìtrattistica: Ritratto del Maggiore Popham; Ritratto di Elìsa
Tuttle; Autoritratto; questi ultimi due oggi conservati presso la National
Gallery of Design, di cui il Marsiglia era stato, unico europeo, tra i
fondatori (1826). Morì a New York 1'8 settembre 1850 e venne sepolto nel
Calvary Cemetery. La città natale di lui conserva. nella chiesa madre, la
grande pala d'altare dell'Assunzione della Vergine. firmata e datata al
1815. Innocenzo LiuzziMedico omeopata, nato il 18 settembre 1799 da Francesco
Paolo e da Anna Sanfilippo. Studiò medicina a Roma, ove fu "medico
chirurgo in capo del corpo dei Bersaglieri pontifici col rango di aiutante
capitano maggiore, membro del consiglio sanitario militare, socio residente
dell'Accademia Tiberìna". Il Liuzzi fu uno dei pionieri in Italia della
scienza di Hahnemann (basata sul principio simiJia similibus curantur), allacciando
per tempo dei rapporti con gli omeopatici napoletani ed in particolare con
Giuseppe Mauro, dal quale ricevette "incarico di curare i suoi pazienti
quando questi lasciò Roma. Praticò oltre all'Omeopatia anche l'Allopatia (basata sull'aforisma ippocratico
contraria contrariis curantur), ottenendo con la prima guarigioni
notevoli come quella del cardinale Lambruschini, Segretario di Stato di Papa Gregorio
XVII. A Roma il Liuzzi ebbe ad affrontare "emergenza colera del 1837,
prima epidemia comparsa in Italia, proveniente dal delta del Gange, lasciando
alcune pubblicazioni in materia, frutto delle sue personali osservazioni. Nel
1831 pubblicò, tra l'altro, per i tipi di Salviucci in Roma, le Osservazioni
sul colera morbus indianus fatte in Roma nell'estate dell'anno
1837, precedute dalla storia dell'invasione e da alcune rif1essioni
sull'indole e sulla natura del detto morbo, ove riporta 17
casi clinici di colera curate con la canfora. Il Liuzzi scende in campo nel
discorso medico del tempo, basato sull'opposizione contagioso-epidemico,
optando per la tesi contagiosa del colera, specificando anche come "la
parola contagio, derivante dal latino contagium, contatto, altro non significa
che un morbo il quale si appicca, e passa da uno in un altro individuo, da uno
in un altro luogo", e ciò ancor prima che venisse individuato, da parte di
Robert Koch, il yibrio chalerae, o bacillo virgola. lnnocenzo Liuzzi morì
a Roma nel 1867, mantenendo legami affettivi con la cittadina natale, se con
suo testamento pubblico del 16 agosto lasciava la somma di mille scudi romani
per l'erezione di un ospedale in Giuliana.
Nel 1860 spinse la popolazione giulianese alla resistenza contro la colonna garibaldina, comandata dal generale Vincenzo Orsini, nella fuga simulata da Palermo verso Corleone e Sambuca, Don Giuseppe Buttafoco,
in carica dal 1885 alla
morte (1896), si distinse per la sua generosità e l'amore verso il prossimo,
avendo destinato il suo cospicuo patrimonio all'apertura di un istituto di
beneficenza in Giuliana, lasciando curatore testamentario l'avvocato Biagio
Tomasini (1840 - 1926), più volte sindaco di Giuliana, il quale si adoperò poi
per l'apertura della Casa del Boccone del Povero (1902), nei locali stessi del
castello, che affidò alle Serve dei Poveri del Beato Giacomo Cusmano, suo amico
personale.
Giuseppe Tomasini Poeta, nato 1'8 luglio 1821 da Francesco e da Gaetana
Bilello. Di professione avvocato, ricoprì anche la carica di consigliere
comunale e provinciale in Palermo. Ebbe contatti con la celebre scuola poetica
sambucese, che faceva capo al medico umanista Vincenzo Navarro, padre del più
famoso Emanuele, detto della Miraglia (autore de La Nana), che aveva
fatto del periodico letterario L'Arpetta, una palestra per gìovani
talenti poetici. Il Tomasini vi pubblicò numerose poesie, variamente
denominate: canti, ottave, terzine, elegie, odi, inni, poi raccolte in volume
col titolo Fiori poetici (Palermo, 1865), così elogiate dal Cavallaro:
"Alto, scorrevole e bello, nell'insieme il suo verso; e "come
pensiero da pensier rampolla" ei così passa bellamente da una ad altra
idea, da un'immagine all'altra: e ben lo vedi educato alla scuola del gentilissimo
Torquato e dello immenso Alighieri", Una recensione al libro del Tomasini
compare nel Courier Franco-italien di Parigi, ove peraltro vengono
segnalate le poesie A mio padre e Sulla corte di Federico Il di Svevia, ma
soprattutto notevole è la poesia Sulla potenza del pensiero, Giuseppe
Tomasini rientra "Tra i poeti del cosiddetto "secondo
romanticismo", vicini a quella tendenza che il De Sanctis chiamò della
"nuova Arcadia", cioé "Arcadia romantica indifferente anche ai
moduli classici" (Marchese). Al poeta di Giuliana il Navarro dedicò, in
segno di amicizia, il poema in sei canti La Vergine del Soccorso ed il
carme Il castello di Giuliana. Morì il 28 ottobre 1873 e venne sepolto
nella tomba gentilizia della sua famiglia, nel cimitero di Giuliana, ove si
vede a tutt'oggi il sarcofago con epigrafe latina e ritratto a rilievo
marmoreo, opera dello scultore palermitano Domenico Costantino.
"Nonostante
ciò, o forse per questo - scrive Marchese - essa fu l'ultima a
sottomettersi al prefetto Malusardi, consegnandosi nelle mani del suo delegato
Lucchesi". Il quartier generale della banda di Plaja era nel feudo di S.
Maria del Bosco, ove i membri si nascondevano per sfuggire alla forza pubblica,
Rapine fruttuose, assalti alle corriere postali ed estorsioni venivano
celebrati da banchetti organizzati per "occasione, ai quali partecipavano
anche le donne, "tutte ragazze allegre e dì buon umore", Spesso le
brigantesse mostravano maggior coraggio dei loro uomini come nel caso di Peppa
Calivà, amante di Plaja, che salvò il bandito dal suicidio, allorché i
carabinieri, per "soffiata" di una ex amante di questi, circondarono
la casa della Calivà, in una buia notte dell'anno 1873. Allorché Gaudenzio
Plaja appoggiò alla tempia la canna del revolver, la coraggiosa Peppa gli
disse: "E tu saresti un bandito? Tu sei un vigliacco, Cerchiamo di uscire
da qui, oppure moriamo con le armi in pugno"."Dietro l'esortazione
all'impavida donna, Gaudenzio e Peppa ingaggiarono una furiosa sparatoria con i
carabinieri, e riuscirono a sfuggire all'accerchiamento, rifugiandosi sui morti
vicini". (Correnti). Del bandito giulianese,
spesso accostato allo stereotipo Robin Hood, sopravvive in Giuliana il motto
"Cu arrobba? Plaja", volendo significare che al pregiudicato per
antonomasia venivano attribuiti furti di cui non era artefice.
Personaggi del '900 Relativamente al '900,
vanno ricordati alcuni personaggi "minori" eppur caratterizzanti di
un certo milieu storico-municipale. Tali sono, per le attività culturali, il
pittore autodidatta Giuseppe Becchina (1880-1974), autore di pregevoli
dipinti di genere ritrattistico e paesaggistico; il poeta contadino Giuliano
D'Aiuto (1904-1989), alias fami di ficu, autore di versi di gustosa
verve popolare; nonché i capomastri Giuseppe Calabrese (1871- 1961),
alias Piddu baruni, e Vito Maggiore (1878- 1946), ultimi
esponenti di un sapere architettonico che affonda le radici nella tradizione
locale-medievale. Per l'attività politica il podestà Onofrio Musso Pianeta (1896-1943), alias Don
Nonò, ed il comandante della Milizia Vincenzo Russo (1909- 1996), i
quali ebbero una visione democratica della rivoluzione fascista. Per la
politica amministrativa vanno ancora ricordate due belle figure di sindaci
artigiani: il sarto Luciano D'Asaro (1914- Palermo. 1991) e il
fabbroferraio Mariano Cicchirillo (1914-1999), l'uno di cultura
cattolico- popolare, l'altro di cultura marxista-gramsciana, i quali si sono
trovati ad operare in un particolare contesto storico quale quello giulianese
del secondo dopoguerra, ancora caratterizzato dalle lotte di classe tra il ceto
artigiano-contadino (raccolto nel circolo "dei mastri") e il ceto
agrario-borghese (raccolto nel circolo cosiddetto "dei civili"),
proprio come i personaggi di un famoso romanzo di Giuseppe Bonaviri: il
sarto della stradalunga (1957). Tra i martiri vanno ricordati il fante Emanuele Musso (1893 - 1916), medaglia di bronzo al valore militare, caduto eroicamente a Monte Piana, nel primo conflitto mondiale ed il brigadiere di P.S. Vincenzo Russo (n. 1939), assassinato dai malavitosi in Palermo (6 aprile 1973) durante una rapina alla stazione ferroviaria. Fra le donne vanno segnalate due singolari figure di educatrici: la maestra elementare Francesca Bella (1900 - 1982) e l'insegnante di lettere Maria Giuseppa Di Giorgio (1917 - 1994). la quale è stata pure il primo preside della Scuola media di Giuliana; mentre tra le naturalizzate merita un ricordo particolare Suor Sabina da Canicattì, al secolo Antonina Cannizzo (1907 - 1990). tipico esempio della presenza cusmaniana a Giuliana. |