CITTADINI ILLUSTRI

(FONTI PERIODICO DELLA PROVINCIA REGIONALE DI PALERMO)

 

Placido Castaneda

Abate benedettino (sec. XV). Nato da madre giulianese e da padre spagnolo, fu il V abate (1468-1501) del monastero di S. Maria del bosco di Calatamauro, di cui ne promosse "adesione alla riforma olivetana del Beato Bernardo Tolomei.

 Fu anche rettore dell'Ospedale Grande di Palermo e delegato apostolico del pontefice Sisto IV. Lo storiografico dell'Ordine P. Olimpio da Giuliana lo ha definito huomo di bellissimo ingegno, grave, affabile e molto amicato, tanto nella corte regia di Spagna quanto anche nella corte romana".

Sotto il suo abaziato, furono completamente ristrutturate le fabbriche medievali del monastero nemorense, con "intervento degli architetti Domenico Cannavali (1493) e Antioco De Cara (1497). Il Castaneda si distinse anche per il suo mecenatismo di ampio respiro, commissionando al pittore andaluso Pietro De Cordova un salterio miniato (Meli).

Secondo una recente ipotesi di Marchese, il Castaneda sarebbe potuto essere anche il committente del celebre busto alabastrino di Eleonora d'Aragona di Francesco Laurana, eseguito durante il secondo soggiorno isolano dell'artista dalmata.

Esistente ab antìquo in S. Maria del Bosco, a coronamento del sarcofago marmoreo dell'Infanta (morta nel 1405 nel suo prediletto castello di Giuliana), tale busto ritratto venne trasferito alla fine dell'800 nel Museo Nazionale di Palermo (oggi presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis), ad iniziativa del Salinas, per ragioni conservative.

Giacomo Santoro

Pittore, detto jacopo Siculo, nato intorno al 1490, morto a Rieti 1'8 gennaio 1544.

Tanto il casato (de domo Sanctori) che la patria (de terra juliana) si evincono dal suo testamento del 29 dicembre 1543, agli atti del notaio reatino Ludovico Manni.

Nulla si sa del suo apprendistato artistico in Sicilia, avvenuto probabilmente tra Sciacca e Palermo, mentre risulta piuttosto coerente il percorso artistico "romano-raffaelesco", recentemente individuato in una esaustiva monografia di Antonino Giuseppe Marchese (Giacomo Santoro da Giuliana detto Jacopo Siculo, pittore del sec.XVI, Palermo, Ila Palma, 1998).

Col nome d'arte jacobus Siculus, il Santoro è menzionato nel censimento di Roma del 1526-27, dal quale risulta che abitava nel quartiere Colonna. Già nel 1524 aveva firmato la pala d'altare del battesimo di Gesù per la chiesa di S. Giovanni Battista ad Aspra, mentre intorno al 1529 I risulta documentato nell'ambito delle imprese di Baldassare Peruzzi, assieme a Giovanni da Udine (volta dorata de! Palazzo della Cancelleria) e forse di Raffaello (Logge Vaticane).

 

A seguito del Sacco di Roma del 1527. che vìde la diaspora degli allievi di Raffaello, jacopo Siculo si trasferì a Spoleto, ove ebbe casa e bottega, e da dove si spostava per te commissioni artistiche, numerose, tra la Valnerina (Norcia,  Vallo di Nera, Ferentillo) e la Sabina (Leonessa, Rieti). Autore di cicli di affreschi e di pale d'altare, ove coniuga il substrato culturale romano-raffaellesco, con forme peruginesche desunte dallo Spagna, originando personali varianti, jacopo Siculo ha dato il meglio di se nella decorazione della cappella dell'Assunta (o di Francesco Eroli) nel duomo di Spoleto (1530 ca) e nella monumentale pala d'altare dell'Inconorazione della Vergine e Santi di Norcia, datata al 20 marzo 1541, su commissione dei Frati Minori Osservanti del convento dell'Annunziata.

Essa si richiama palesemente al prototipo del Ghirlandaio presente a Narni e dello Spagna a Todi e a Trevi. Altra opera notevole, nel percorso di Giacomo Santoro - jacopo Siculo risulta la pala di San Mamiliano, presso Ferentillo, del 1537.

Proprio con la città di Ferentillo (Terni) la città di Giuliana si è recentemente gemellata (1998) nel nome di jacopo Siculo, ricordando l'illustre figlio anche con l'intestazione al suo nome della Biblioteca comunale.

Antonino Ferraro

Stuccatore, nato nel 1523 e morto forse a Castelvetrano nel 1609. È il capostipite di una celebre famiglia di artisti artigiani che introdusse in Sicilia la grande decorazione plastico-pittorica di matrice manieristica, anticipando anche gli apparati barocchi del grande Giacomo Serpotta.

La sua attività si svolse prevalentemente nella Sicilia occidentale, e a partire dal 1574, a Castelvetrano, sua seconda patria, ove venne chiamato dal principe Carlo d'Aragona e Tagliavia, presidente del Regno di Sicilia, per decorare la cappella - mausoleo nella chìesa di S. Domenico.

La formazione artistica di Antonino Ferraro avvenne a Palermo. nella cerchia dei Gagini (Vincenzo, Fazio) e del pittore perugino Orazio Alfani, anche se non può essere del tutto esclusa l'ipotesì di un viaggio d'istruzione a Napoli e a Roma.

Nel 1553 il Ferraro eseguì, in tandem con Giuseppe Spadafora, l'acquasantiera in marmo, a forma di baldacchino del 4° pilastro sinistro della Cattedrale di Palermo esemplata su quella di Domenico Gagini, ma con esiti di originalità stilistica.

 

L'anno prima aveva eseguito per la chiesa di S. Lorenzo di Caltabellotta, il realistico gruppo in terracotta policroma del Compianto sul Cristo morto, sulla scia dei gruppi emiliani di Guido Mazzoni, che poi avrebbe replicato per la città di Naro.

Il capolavoro di Antonino Ferraro rimane tuttavia la decorazione plastico-pittorica del coro e del presbiterio della chiesa di S. Domenico in Castelvetrano (1574-80). concepita in forma unitaria quale sintesi delle tre arti maggiori: architettura, scultura e pittura, coniugando la tradizione locale gaginiana con la maniera romana di Michelangelo e di Raffaello e con gli esiti del più raffinato manierismo internazionale (scuola di ' Fontainebleau).

Sopra l'arcata ogivale, che immette nel coro, è un grandioso albero genealogico di Maria (Albero di jesse); nel presbiterio: profeti, Sibille e Misteri gaudiosi; nel coro Pantokrator, Apostoli, Evangelisti, Santi e Misteri gloriosi, oltre all'Autoritratto dipinto in elegante costume "alla spagnola" e l'iscrizione in lettere capitali: Tanti operis Huius caelator / Egregius Antoninus Ferraro Sicanus ac julianensis / Hic est. 1577.

L'attività artistica del Giulianese proseguì fino a tarda età con la decorazione della cappella della Madonna della Catena nella chiesa madre di Caltabellotta (1598) e della tribuna della Cattedrale di Mazara del Vallo ( 1600), coadiuvato dalla bottega e dai numerosi figli e nipoti, tra i quali emersero il primogenito Tommaso morto prematuramente, ed Orazio, quest'ultimo distintosi anche come pittore.

Il recupero crìtico dell'opera dei Ferraro da Giuliana si deve soprattutto ai recenti studi di A. G. Marchese, mentre la città di Giuliana ha voluto ricordare l'illustre dinastia di artisti dedicando la Scuola Media ad Antonino Ferraro.

 

Diana Cardona, marchesa di Giuliana

Appartenente ad una delle più cospicue famiglie titolate del regno di Sicilia, andò in sposa ad un

 cadetto della famiglia Gonzaga di Mantova, quel Vespasiano duca diSabbioneta. dopo il fallimento

delle nozze "politiche" col cugino Cesare, figlio del viceré di Sicilia don Ferrante Gonzaga, è stata al

 centro di un amaro "caso", che anticipa di ben quattro anni quello piùnoto della baronessa di Carini,

 ossia di un uxoricidio per leso onore. Esso è stato consumato nel novembre 1559 nel palazzo ducale

 di Sabbioneta, nel basso mantovano, e la sua notizia è rimasta sin'oggi confinata, dalla storiografia,

 all'area padana, per una strana congiura del silenzio, che non l'ha fatta mai trapelare in Sicilia. I

 personaggi di questa tragedia padana sono almeno tre:Vespasiano Gonzaga (1531-1591). duca di

 Sabbioneta; la bella e gìovane moglie Diana Cardona. figlia di don Antonio Cardona e di donna

 Beatrice de Luna, marchesa di Giuliana, contessa di Chiusa e baronessa di Burgio; il segretario di

 corte Giovanni Annibale Ranieri, presunto amante di quest'ultima, stando alle notizie tramandateci dai

 cronisti coevì.

Uomo d'ingegno, culturalmente tutt'altro che sprovveduto, Vespasìano Gonzaga fu animato, come gli autentici spiriti rinascimentali, anche da spìrito guerresco. partecipando a numerose battaglie. Il ritratto che di lui ne fa Ermanno Rea sembra tradire, nei tratti fisici, la diabolicità del personaggio. a partire appunto dall'uxoricidio, vero o presunto, della moglie Diana, che aveva sposata nel gennaio 1550, in una circostanza in verità poco chiara. La vita di coppia iniziò davvero male, sia per la malattia tubercolare che colpì Vespasiano, sia per l'aborto spontaneo che interessò Diana, ma ancor più per la serie di separazioni tra i due coniugi per la guerra di Parma e i lunghi viaggi nelle Fiandre del duca di Sabbioneta. Diana tuttavia mal sopportava la lontananza dal marito, al punto da riversare i suoi affetti sul Ranieri, definito dai biografi "foioso quant'altri mai, che in lui intendevasi da tempo ed ora l'aveva tutta cosa sua". Ai primi d'ottobre del 1559 il Gonzaga ritorna a casa. dopo una lunga assenza di 14 mesi, ed ha la brutta sorpresa di trovare la moglie incinta per la seconda volta, il che fece scaturìre in lui la vendetta, che si consumò con lo sgozzamento del Ranieri e con l'avvelenamento di Diana, ad opera del fido Pierantonìo Messirotto (4 o 5 novembre 1559). "Diana Cardona rimase tre giorni nella stanza, col cadavere del Ranieri", scrìve Renzo Dell'Ara. "Ogni tanto una voce le grida: Bevi! Parecchie volte accosta l'ampolla alle labbra. ma la ritrae. Se vuole riposarsi deve sdraiarsi sul pavimento, perché non c'è nemmeno una seggiola. Alla fine dei tre giorni, sfinita dal digiuno, dal lezzo del cadavere, si decise a bere. Era ancora in preda ai sussulti che la portarono via".

Nicolò Buttafoco

Pittore, nato tra il terzo e il quarto decennio del sec. XVI. Fu attivo a Burgio, ove sposò Norella Vurgugnura, e poi a Cammarata e ad Agrigento, ove morì prima del 1610. Da Norella ebbe sei figli: Pompeo, Francesco, Caterina, Vito, Giacoma e Giuseppe. Dei figli maschi solamente Pompeo seguì le orme paterne, risultando un buon pittore di natura manieristica con desunzioni fiamminghe (Adorazione dei Magi, 1604, della chiesa madre di Castronovo di Sicilia), mentre Giuseppe e Vito sono ricordati come intagliatori e scultori. Una figlia di Nicolò Buttafoco, Caterina, sposò Giuseppe Ferraro (senior), ultimo figlio del grande Antonino.

La città d'origine del Buttafoco si evince, oltre che dalla firma del S. Diego d'Agrigento (Magister Nicolaus Buttafoco julianensis 1592), da alcuni atti notarili, come quello del notaio Girolamo D'Agostino da Sciacca, del 1580, che lo chiama "Honorabilis Magister Nicolaus Buttafoco de terra julianae". Allo stato attuale il catalogo delle opere pittoriche del Buttafoco risulta piuttosto esiguo, comprendente, oltre due tele perdute per Burgio e Sciacca, il citato S. Diego d’Alcalà (1592) della chiesa di S. Nicola d’Agrigento, e L'estasiano di S. Paolo (1598) della chiesa madre di Cammarata, raro esempio, quest'ultimo, di musica picta in Sicilìa per i quattro fogli pentagrammati della zona superiore del quadro. Marchese gli attribuisce anche la grande pala d'altare della chiesa di Santa Domenica, sempre a Cammarata, raffigurante la Trinità con la Madonna. il Battista e i Santi Benedetto e Domenica.

Giuseppe Ragusa

Filosofo e teologo insigne, nato il 1560. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1573 ed emise i voti solenni nel 1595. Menzionato dal Mongitore per il suo "eminentissimo ingegno", insegnò per tre anni filosofia a Parigi per ber 15 anni teologia scolastica a Padova, Messina e Palermo, ove fu prefetto degli studi e rettore del Collegio Massimo. A Palermo morì il 25 settembre 1624, "piamente, avendo lasciato alla posterità un esempio egregio di virtù" (Mongitore). Notizie sui movimenti del Ragusa per i vari collegi gesuitici d'Italia si evincono dalle Lettere da lui inviate alla casa generalizia di Roma, edito da Marchese. oltre che dalla Historia Societatìs.

Il Ragusa è autore di due fondamentali commentari alla Summa Theologiae di S. Tommaso, editi a Lione nel 1619-20, rispettivamente dedicati a Carlo Emmanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia, e a Ranuccio I Farnese, duca di Parma e Piacenza. ove elabora i tomismo con una certa indipendenza ed originalità rispetto ai confratelli Domenìcani (e in contrasto con la scuola scotista dei Francescani), dando impulso in Sicilia alla cosìddetta "seconda scolastica", ossia il pensiero filosofico-teologico della Controriforma.

Nel Collegio gesuitico di Palermo si conservano altri testi manoscritti dello studioso di Giuliana. come il De justipcatione, il De Poenitentia, il De Eucharistia, il De I Natura et Gratia. Giuseppe Ragusa è ricordato anche dal Sommervogel, nella sua Biblioteque de la Compagnie de Jesus, e dal Narbone, nella sua Bibliografa sicula sistematica.

 

Sebastiano Lo Tinnaro

Scultore di scuola manierista (sec. XVI). È autore del fonte battesimale marmoreo della chiesa madre di Giuliana, firmato e dato al 1593 nella base del fusto che sorregge la conca: Universitas terrae julìanae / Sebastianus lo tinnaro me fecit 1593. È forse sua anche la fine acquasantiera in marmo della medesima chiesa, eseguita sui moduli gagineschi. Il nome del Lo Tinnaro figura. in qualità di padrino. in alcuni atti di battesimo (fine '500) dell'Archivio Storico Parrocchiale della chiesa madre di Giuliana. Di lui è stato anche rinvenuto il testamento, redatto agli atti del notaio Giacomo Colletti di Giuliana. in data 24 aprile 1592 (Marchese). Sebastiano lo Tinnaro è un esponente minore della gloriosa "scuola artistica giulianese" che annovera i nomi di Giacomo Santoro, Antonino Ferraro. Nicolò Buttafoco e Francesco Ragusa.

 

 

Olimpio da Giuliana

Storiografo e poeta, Abate olivetano. Figlio di Fabrizio  Di Gennaro, nacque nel quinto decennio del sec. XVI, vestì l'abito monacale presso l'abazia di S. Maria del Bosco di Calatamauro ìl 22 marzo 1563 e prese i voti solenni l'anno successivo. Dopo essere stato nei monasteri olivetani di Genova, Napoli e Padova, anche come maestro dei novizi, tornò nel 1577 nell'abbazia nemorense per passare in S. Spirito a Palermo (1578- 80) e poi nuovamente in S. Maria del Bosco (1581- 82). Nel 1586 fu nominato abate di S. Maria del Bosco e nel biennio successivo fu visitatore in Monte Oliveto di Napoli. Nel 1589 fu nominato abate e visitatore di S. Magno di Fondi e nel 1590 nuovamente abate di S. Maria del Bosco, ove morì il 26 agosto 1591 compianto da tutti. Padre Olimpio da Giuliana è lodato dal Mongitore per la sua "dottrina ed erudizione" e dall'Amico definito "uomo dotto e pio". La sua attività poetica emerge dai rapporti col celebre poeta e pittore palermitano Francesco Potenziano, una sorta di Vittorio Sgarbi ante litteram. Abile propagandista della propria immagine, il Pontenzano si fece incoronare pubblicamente in Palermo quale poeta e pittore con due fastose celebrazioni cittadine cui partecipò persino il viceré Marcantonio Colonna. Padre Olimpio fu uno degli oltre 50 poeti che indirizzarono al Pontenzano canzoni, sonetti e madrigali in lingua siciliana, ricevendone rìsposta estemporanea (Trumba di Paulu e d'ogni gran propheta / E vuci e lingua di pridicaturi), come si evince dalle Rime di diversi eccellenti autori in lingua siciliana all'illustre pittore e poeta Signor Francesco Potenzano (Napoli, 1582).

Ma è per l'attività storiografica che noi oggi ricordiamo Padre Olimpio da Giuliana e in particolare per la cronaca manoscritta dell'Abbazia nemorense (1582) conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli, di cui esistono anche due apografi nelle Biblioteche comunali e Regionale di Palermo. L'autografo di Napoli è impreziosito di ben 186 annotazioni o "postille" della mano di Torquato Tasso, il quale ebbe modo di conoscere l'abate giulianese durante il suo soggiorno a Napoli (1587-88), proprio nel monastero di Monte Oliveto, di cui poi serberà un ottimo ricordo nell'Epistolario. I rapporti tra Padre Olimpio e il Tasso sono stati recentemente puntualizzati da A.G.Marchese nel saggio introduttivo all'edizione diplomatica delle Memorie antiche del monastero di S. Mario del Bosco, nella Collana (fondata da E Giunta) "Fonti per la storia di Sicilia " dell'Ila Palma (1985).

Francesco Ragusa

Pittore caravaggesco, nato nel penultimo decennio del XVI secolo. Fu lungamente attivo a Roma, ove morì nel 1655. La sua iniziale attività manieristica, nella cerchia del Cavalier d'Arpino, è documentata dalla pala d'altare della Trinità e i Santi Bonaventura e Carlo Borromeo (1613). della chiesa dei Cappuccini a Colpersìto di S. Severino Marche, per la cui commissione fece da tramite il cappuccino Fra Felice da Macerata. Lo Sposalizio mistico di S. Caterina, con San Carlo Borromeo della Raccolta Diocesana di Spoleto, firmata e datata al 1618, segue la piena adesione ai moduli di Caravaggio, ma con toni inconfondibilmente individuali. L'ultima opera documentata del Ragusa, ossia l'inconorazione della Vergine e San Michele Arcangelo della chiesa olivetana della SS. Trinità di Giuliana. firmata e datata al 1651, ed eseguita su commissione dell'abate Leonardo Ragusa, mostra invece riflussi classicisti e manieristici.

Le opere romane del Ragusa, ricordate dalla letteratura odeporica (Celio, Baglìone), sono andate tutte perdute, ad eccezione del Ritratto di Gaspare Celio (1640 ca), inserito nel monumento funebre del noto pittore-scrittore romano nella chiesa di S . Maria del Popolo, come pure disperse risultano le tele della chiesa di S. Antimo a Montalcino (Siena) e della chiesa olivetana dì S. Francesca Romana in Brescia, ricordate dalle fonti locali.

 

Giovanni Mauro

Cospiratore. Nato circa il 1670, esercitò il mestiere di cocchiere in Palermo, ove fu anche al servizio del principe della Cattolica, Giuseppe del Bosco. La sua cospirazione ai danni del viceré di Sicilia, cardinale Francesco Del Giudice, si inserisce nella temperie storico-politica della guerra di successione spagnola, durata ben 13 anni e conclusasi con la pace di Utrecht (11 aprile 1713), la quale, fra le altre clausole, stabiliva che Filippo V di Borbone, pur conservando la corona di Spagna e delle colonie, doveva rinunciare alla Francia, mentre la Sicilia, col titolo regio, passava a Vittorio Amedeo di Savoia.

Sebbene risparmiata dai disastri delle armi (uno dei massimi episodi fu "eroismo di Pietro Micca, 29-30 agosto 1706), la Sicilia fu tribolata da cospirazioni e supplizi, come il tentativo di rivolta del giulianese Giovanni Mauro. Questi, recatasi a Roma in cerca di miglior fortuna, riuscì con le sue millanterie a lusingare l'ambasciatore dì Leopoldo I imperatore, facendogli credere di essere in grado di poter fare rivoltare la Sicilia in suo favore.

Ricevute delle lettere commendatizie dall'ambasciatore, il Mauro ritornò a Palermo per ordire una trama ai danni del viceré, promettendo il viceregno di Sicilia al principe della Cattolica, ov'egli avesse aderito alla rivolta. Ma questi avvisò per tempo il viceré Del Giudice, il quale fece arrestare l'ingenuo cospiratore, condannandolo all'impiccagione nel piano della Marina (14 giugno 1703). Il cognome Mauro risulta estinto in Giuliana, tuttavia esso sussiste ancora come "agnome", il che sta ad indicare il suo percorso matrilineare.

Gerlando Marsiglia

Pittore, nato il 27 febbraio 1793 da Antonino e da Caterina Romano. Dopo aver frequentato in Palermo la bottega di Giuseppe Patania, ove apprese i primi elementi di disegno e di pittura, si trasferi a Napoli per studiare nella Reale Galleria Borbonica. In questa prima fase, oltre ad esercitarsi nelle copie dall'antico, (Sposalizio di S. Caterina, dal Corregio, Amorino giacente, da Serodine), coltivò la natura morta e la ritrattistica (Ritratto di Giuseppe Navarro). Nella città partenopea il Marsiglia ricevette, da re Ferdinando di Borbone, il più alto riconoscimento per la pittura storica, mentre il 20 febbraio 1817 fu decorato del Fleur de Lis dal re di Francia Luigi XVIII. Da Napoli, nel 1824, il pittore di Giuliana si trasferì negli Stati Uniti, su invito di un suo giovane amico che studiava in Italia. Era, questi, un figlio di Robert Fulton, il celebre inventore statunitense costruttore del primo battello a vapore, dal quale venne ospitato, inizialmente, nella propria casa sul fiume Hudson, per poi essere introdotto negli ambienti artistici ed ìntellettualì di New York. Nella Grande Mela il Marsiglia aprì una Galleria d'arte in un palazzo di Broadway, commerciando rari dipinti di antichi maestri ed intraprendendo una fortunata carriera nel settore della rìtrattistica: Ritratto del Maggiore Popham; Ritratto di Elìsa Tuttle; Autoritratto; questi ultimi due oggi conservati presso la National Gallery of Design, di cui il Marsiglia era stato, unico europeo, tra i fondatori (1826). Morì a New York 1'8 settembre 1850 e venne sepolto nel Calvary Cemetery. La città natale di lui conserva. nella chiesa madre, la grande pala d'altare dell'Assunzione della Vergine. firmata e datata al 1815.

 

Innocenzo Liuzzi

Medico omeopata, nato il 18 settembre 1799 da Francesco Paolo e da Anna Sanfilippo. Studiò medicina a Roma, ove fu "medico chirurgo in capo del corpo dei Bersaglieri pontifici col rango di aiutante capitano maggiore, membro del consiglio sanitario militare, socio residente dell'Accademia Tiberìna". Il Liuzzi fu uno dei pionieri in Italia della scienza di Hahnemann (basata sul principio simiJia similibus curantur), allacciando per tempo dei rapporti con gli omeopatici napoletani ed in particolare con Giuseppe Mauro, dal quale ricevette "incarico di curare i suoi pazienti quando questi lasciò Roma. Praticò oltre all'Omeopatia anche  l'Allopatia (basata sull'aforisma ippocratico contraria contrariis curantur), ottenendo con la prima guarigioni notevoli come quella del cardinale Lambruschini, Segretario di Stato di Papa Gregorio XVII. A Roma il Liuzzi ebbe ad affrontare "emergenza colera del 1837, prima epidemia comparsa in Italia, proveniente dal delta del Gange, lasciando alcune pubblicazioni in materia, frutto delle sue personali osservazioni. Nel 1831 pubblicò, tra l'altro, per i tipi di Salviucci in Roma, le Osservazioni sul colera morbus indianus fatte in Roma nell'estate dell'anno 1837, precedute dalla storia dell'invasione e da alcune rif1essioni sull'indole e sulla natura del detto morbo, ove riporta 17 casi clinici di colera curate con la canfora. Il Liuzzi scende in campo nel discorso medico del tempo, basato sull'opposizione contagioso-epidemico, optando per la tesi contagiosa del colera, specificando anche come "la parola contagio, derivante dal latino contagium, contatto, altro non significa che un morbo il quale si appicca, e passa da uno in un altro individuo, da uno in un altro luogo", e ciò ancor prima che venisse individuato, da parte di Robert Koch, il yibrio chalerae, o bacillo virgola. lnnocenzo Liuzzi morì a Roma nel 1867, mantenendo legami affettivi con la cittadina natale, se con suo testamento pubblico del 16 agosto lasciava la somma di mille scudi romani per l'erezione di un ospedale in Giuliana.

Gli Arcipreti dell'800

Nella lunga serie degli Arcipreti di Giuliana si distinguono, per particolari caratteristiche tre figure dell'800. Don Pietro Cossentino, nato nel 1756, in carica dal 1806 al 1816. Sembra che le sue crisi mistiche (di notte "parlava" con la Madonna) fossero state spunto di calunnia da parte dei giulianesi al punto che "autorità ecclesiastica ne dispose l'allontanamento a Chiusa Sclafani, ove morì in fama di santità (1817) e venne sepolto in quella chiesa madre, che ne conserva anche il ritratto ad olio. A lui viene attribuito un famoso anatema (maledizione) che avrebbe scagliato al momento di lasciare il paese natio: "Giuliana senza conforto, acqua, vento e campane a morto", che ci ricorda quasi le famose parole di Catone il Censore: "Oelenda Carthago",

Don Mariano Altamore, in carica dal 1817 alla morte (1874), fu esimio quaresimalista e scrisse anche un libretto dal titolo: Sermone politico - morale della dignità sovrana e dei doveri verso il Re (Palermo, 1850).

 

Nel 1860 spinse la popolazione giulianese alla resistenza contro la colonna garibaldina, comandata dal generale Vincenzo Orsini, nella fuga simulata da Palermo verso Corleone e Sambuca,

Don Giuseppe Buttafoco, in carica dal 1885 alla morte (1896), si distinse per la sua generosità e l'amore verso il prossimo, avendo destinato il suo cospicuo patrimonio all'apertura di un istituto di beneficenza in Giuliana, lasciando curatore testamentario l'avvocato Biagio Tomasini (1840 - 1926), più volte sindaco di Giuliana, il quale si adoperò poi per l'apertura della Casa del Boccone del Povero (1902), nei locali stessi del castello, che affidò alle Serve dei Poveri del Beato Giacomo Cusmano, suo amico personale.

Giuseppe Tomasini

Poeta, nato 1'8 luglio 1821 da Francesco e da Gaetana Bilello. Di professione avvocato, ricoprì anche la carica di consigliere comunale e provinciale in Palermo. Ebbe contatti con la celebre scuola poetica sambucese, che faceva capo al medico umanista Vincenzo Navarro, padre del più famoso Emanuele, detto della Miraglia (autore de La Nana), che aveva fatto del periodico letterario L'Arpetta, una palestra per gìovani talenti poetici. Il Tomasini vi pubblicò numerose poesie, variamente denominate: canti, ottave, terzine, elegie, odi, inni, poi raccolte in volume col titolo Fiori poetici (Palermo, 1865), così elogiate dal Cavallaro: "Alto, scorrevole e bello, nell'insieme il suo verso; e "come pensiero da pensier rampolla" ei così passa bellamente da una ad altra idea, da un'immagine all'altra: e ben lo vedi educato alla scuola del gentilissimo Torquato e dello immenso Alighieri", Una recensione al libro del Tomasini compare nel Courier Franco-italien di Parigi, ove peraltro vengono segnalate le poesie A mio padre e Sulla corte di Federico Il di Svevia, ma soprattutto notevole è la poesia Sulla potenza del pensiero, Giuseppe Tomasini rientra "Tra i poeti del cosiddetto "secondo romanticismo", vicini a quella tendenza che il De Sanctis chiamò della "nuova Arcadia", cioé "Arcadia romantica indifferente anche ai moduli classici" (Marchese). Al poeta di Giuliana il Navarro dedicò, in segno di amicizia, il poema in sei canti La Vergine del Soccorso ed il carme Il castello di Giuliana. Morì il 28 ottobre 1873 e venne sepolto nella tomba gentilizia della sua famiglia, nel cimitero di Giuliana, ove si vede a tutt'oggi il sarcofago con epigrafe latina e ritratto a rilievo marmoreo, opera dello scultore palermitano Domenico Costantino.

 

Gaudenzio Plaja

Brigante, nato il 30 novembre 1846, morto nel carcere di Palermo circa l'anno 1880. Fu a capo di una banda di masnadieri, detta dei "giulianesi", che scorrazzò nella Sicilia occidentale negli anni '70 dell'Ottocento, ossia nell'epoca d'oro del brigantaggio post-unitario, la cui valenza sociale è stata sottolineata in epoca recente da Hobsbawm e, tra gli studiosi siciliani, da Renda e Marino. Gaudenzio Plaja fu "allievo" del celebre Vincenzo Capraro di Sciacca (il bandito temuto persino dal delegato del governo piemontese Chevalley, in una memorabile pagina del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) ed ebbe affiliati elementi dei vicini paesi di Contessa, Bisacquino, Chiusa, Burgio, Sambuca, Alessandra della Rocca e persino Castelvetrano e Monreale. Da un anonimo cronista giudiziario del «Giornale di Sicilia» (1878) Gaudenzio Plaia viene descritto come "uomo di ferro, masnadiero di azione e di combattimento che non ebbe pari", mentre la banda di gìulianesi viene considerata "una banda democratica in cui la disciplina mancava e il comando facilmente passava dall'uno all'altro secondo l'indole delle scorrerie".

 "Nonostante ciò, o forse per questo - scrive Marchese - essa fu l'ultima a sottomettersi al prefetto Malusardi, consegnandosi nelle mani del suo delegato Lucchesi". Il quartier generale della banda di Plaja era nel feudo di S. Maria del Bosco, ove i membri si nascondevano per sfuggire alla forza pubblica, Rapine fruttuose, assalti alle corriere postali ed estorsioni venivano celebrati da banchetti organizzati per "occasione, ai quali partecipavano anche le donne, "tutte ragazze allegre e dì buon umore", Spesso le brigantesse mostravano maggior coraggio dei loro uomini come nel caso di Peppa Calivà, amante di Plaja, che salvò il bandito dal suicidio, allorché i carabinieri, per "soffiata" di una ex amante di questi, circondarono la casa della Calivà, in una buia notte dell'anno 1873. Allorché Gaudenzio Plaja appoggiò alla tempia la canna del revolver, la coraggiosa Peppa gli disse: "E tu saresti un bandito? Tu sei un vigliacco, Cerchiamo di uscire da qui, oppure moriamo con le armi in pugno"."Dietro l'esortazione all'impavida donna, Gaudenzio e Peppa ingaggiarono una furiosa sparatoria con i carabinieri, e riuscirono a sfuggire all'accerchiamento, rifugiandosi sui morti vicini". (Correnti).

Del bandito giulianese, spesso accostato allo stereotipo Robin Hood, sopravvive in Giuliana il motto "Cu arrobba? Plaja", volendo significare che al pregiudicato per antonomasia venivano attribuiti furti di cui non era artefice.

Personaggi del '900

Relativamente al '900, vanno ricordati alcuni personaggi "minori" eppur caratterizzanti di un certo milieu storico-municipale. Tali sono, per le attività culturali, il pittore autodidatta Giuseppe Becchina (1880-1974), autore di pregevoli dipinti di genere ritrattistico e paesaggistico; il poeta contadino Giuliano D'Aiuto (1904-1989), alias fami di ficu, autore di versi di gustosa verve popolare; nonché i capomastri Giuseppe Calabrese (1871- 1961), alias Piddu baruni, e Vito Maggiore (1878- 1946), ultimi esponenti di un sapere architettonico che affonda le radici nella tradizione locale-medievale. Per l'attività politica il podestà Onofrio  Musso Pianeta (1896-1943), alias Don Nonò, ed il comandante della Milizia Vincenzo Russo (1909- 1996), i quali ebbero una visione democratica della rivoluzione fascista. Per la politica amministrativa vanno ancora ricordate due belle figure di sindaci artigiani: il sarto Luciano D'Asaro (1914- Palermo. 1991) e il fabbroferraio Mariano Cicchirillo (1914-1999), l'uno di cultura cattolico- popolare, l'altro di cultura marxista-gramsciana, i quali si sono trovati ad operare in un particolare contesto storico quale quello giulianese del secondo dopoguerra, ancora caratterizzato dalle lotte di classe tra il ceto artigiano-contadino (raccolto nel circolo "dei mastri") e il ceto agrario-borghese (raccolto nel circolo cosiddetto "dei civili"), proprio come i personaggi di un famoso romanzo di Giuseppe Bonaviri: il sarto della stradalunga (1957).

Tra i martiri vanno ricordati il fante Emanuele Musso (1893 - 1916), medaglia di bronzo al valore  militare, caduto eroicamente a Monte Piana, nel primo conflitto mondiale ed il brigadiere di P.S. Vincenzo Russo (n. 1939), assassinato dai malavitosi in Palermo (6 aprile 1973) durante una rapina alla stazione ferroviaria. Fra le donne vanno segnalate due singolari figure di educatrici: la maestra elementare Francesca Bella (1900 - 1982) e l'insegnante di lettere Maria Giuseppa Di Giorgio (1917 - 1994). la quale è stata pure il primo preside della Scuola media di Giuliana; mentre tra le naturalizzate merita un ricordo particolare Suor Sabina da Canicattì, al secolo Antonina Cannizzo (1907 - 1990). tipico esempio della presenza cusmaniana a Giuliana.